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venerdì 8 aprile 2016

divinità giapponesi 20



Yuki Onna
 
La Signora della Neve, la Regina della Neve ovvero lo Spirito dell’Inverno nella mitologia giapponese. Talvolta appare con l’aspetto di una donna mortale, si sposa e ha dei bambini, ma poi scompare in una nebbia bianca.
Narra la leggenda che in un villaggio della provincia di Musashi vivevano due taglialegna: Mosaku e Minokichi. Nel tempo di cui parliamo, Mosaku era un vecchio e Minokichi, il suo apprendista, era un ragazzo di diciotto anni. Ogni giorno i due si recavano in un bosco a cinque miglia dal loro villaggio. Sulla strada per raggiungere il bosco si trovava un ampio fiume da oltrepassare, e per questo c’era un traghetto. Qualche volta si era tentato di costruire un ponte dove si trovava il traghetto, ma ogni volta il ponte era stato portato via dalla corrente. Quando il fiume si ingrossava, non c’era ponte in grado di resistere alla corrente.
Una sera molto molto fredda, Mosaku e Minokichi stavano tornando a casa, quando furono sorpresi da una violenta tempesta di neve. Raggiunsero il traghetto, ma si accorsero che il traghettatore se n’era andato abbandonando la sua barca sul lato opposto del fiume. Non era certo la giornata adatta per nuotare, e i due taglialegna si rifugiarono nella capanna del traghettatore, ritenendo che non avrebbero avuto la fortuna di trovare un altro rifugio. Nella capanna non c’era né un braciere né alcun posto per accendere un fuoco: era soltanto una baracca per due persone, con una porta e nessuna finestra. Mosaku e Minokichi rinforzarono la porta e si coricarono per dormire, coprendosi con i loro mantelli di paglia. In un primo tempo non sentirono molto freddo, e quindi pensarono che la tempesta sarebbe presto cessata. Il vecchio si addormentò quasi subito, ma il ragazzo, Minokichi, restò sveglio a lungo, ascoltando il terribile vento e il continuo battere della neve contro la porta. Il fiume mugghiava e la capanna ondeggiava e cigolava come una giunca sul mare. Era una tempesta spaventosa: l’aria si faceva di momento in momento più fredda, e Minokichi rabbrividiva sotto il suo mantello. Ma alla fine, malgrado il freddo, anche lui si addormentò. Fu risvegliato dalla neve che pioveva sul suo viso. La porta della capanna era stata aperta a forza e, al chiarore prodotto dalla neve (yuki-akari), vide una donna nella stanza, una donna tutta vestita di bianco. Stava china su Mosaku e alitava il suo fiato su di lui; e il suo fiato era come un luminoso fumo bianco. Quasi nello stesso istante, si volse verso Minokichi e si chinò su di lui. Minokichi cercò di gridare, ma si accorse che non poteva emettere alcun suono. La donna bianca si chinò sempre più giù verso di lui, finché il suo viso lo toccò; allora egli vide che era molto bella e pensò che i suoi occhi lo spaventavano. Per un certo tempo lei continuò a guardarlo, poi sorrise e sussurrò: “Volevo fare a te quello che ho fatto all’altro uomo, ma non posso fare a meno di provare compassione per te, perché sei tanto giovane... Sei un ragazzo attraente, Minokichi, e non voglio farti del male in questo momento. Ma se mai racconterai a qualcuno, sia pure alla tua stessa madre, quello che hai visto questa notte, io lo verrò a sapere, e allora ti ucciderò... Ricordati quel che ti dico!”
Con queste parole gli volse le spalle e oltrepassò la porta. Minokichi si accorse allora che era in grado di muoversi, saltò in piedi e guardò fuori. Ma la donna non si vedeva da nessuna parte, e la neve si introduceva con furia nella capanna. Minokichi chiuse la porta e la sprangò assicurando parecchi ciocchi di legno contro di essa. Si meravigliò che il vento avesse soffiato tanto da aprirla e pensò, senza tuttavia riuscire ad averne la certezza, che aveva soltanto sognato e che probabilmente aveva scambiato il barlume della neve sulla porta per una donna bianca. Chiamò Mosaku e si spaventò perché il vecchio non rispondeva: allungò la sua mano nell’oscurità, sfiorò il viso di Mosaku e si accorse che era fatto di ghiaccio! Mosaku era irrigidito e morto...
Al cessare della tempesta, quando il traghettatore tornò alla sua capanna poco dopo il sorgere del sole, trovò Minokichi che giaceva privo di sensi accanto al corpo congelato di Mosaku. Minokichi fu subito soccorso e presto ritornò in sé, ma rimase malato a lungo per gli effetti del freddo di quella terribile notte. Aveva anche subìto un grande spavento per la morte del vecchio, ma non disse nulla della visione della donna in bianco. Non appena stette di nuovo bene, riprese la sua occupazione, recandosi ogni mattina da solo nel bosco e facendo ritorno al calar della sera con le sue fascine di legna che la madre lo aiutava a vendere.
Una sera, l’inverno dell’anno seguente, mentre si trovava sulla via di casa, oltrepassò una ragazza che stava facendo la sua stessa strada. Era una ragazza alta, snella e di bella presenza, che rispose al saluto di Minokichi con una voce piacevole a udirsi come il canto di un usignolo. Minokichi allora si mise a camminare accanto a lei e cominciò a parlare. La ragazza disse che si chiamava O-Yuki, che era da poco rimasta orfana di entrambi i genitori e che si stava recando a Yedo dove aveva alcuni parenti di umile condizione che avrebbero potuto aiutarla a trovare un lavoro come cameriera. Ben presto Minokichi restò affascinato da quella strana ragazza e quanto più la guardava, tanto più gli appariva bella. Le chiese se era già fidanzata e lei gli rispose ridendo che era libera, domandandogli a sua volta se lui era sposato o promesso sposo. Lui le rispose che, pur avendo da mantenere soltanto una madre vedova, la questione di una “onorevole nuora” non era stata ancora presa in considerazione, dal momento che era troppo giovane... Dopo queste confidenze, camminarono per un bel po’ senza parlare, ma, come dice il proverbio, “Ki ga aréba, mé mo kuchi hodo ni mono wo iu”: “Quando c’è il desiderio, gli occhi sanno dire più della bocca”. Quando raggiunsero il villaggio si piacevano già molto, e allora Minokichi chiese a O-Yuki di restare per un po’ a casa sua. Dopo qualche timida esitazione, lei accettò di andare a casa di Minokichi, dove la madre le diede il benvenuto e le preparò un pasto caldo. O-Yuki si comportò in modo così amabile, che la madre di Minokichi provò subito simpatia per lei e la convinse a rimandare il suo viaggio a Yedo. La conclusione naturale della faccenda fu che Yuki non andò mai a Yedo e rimase in quella casa come “onorevole nuora”.
O-Yuki si dimostrò un’ottima nuora. Quando la madre di Minokichi, circa cinque anni dopo, morì, le sue ultime parole furono parole di affetto e di lode per la moglie di suo figlio. O-Yuki diede a Minokichi dieci figli, maschi e femmine, bellissimi e di carnagione molto chiara. La gente del posto trovava che O-Yuki era splendida e di una natura differente dalla loro: la maggior parte delle contadine invecchiano presto, ma O-Yuki, anche dopo essere diventata madre di dieci figli, appariva giovane e fresca come il giorno in cui era arrivata per la prima volta al villaggio.
Una sera, dopo che i bambini si erano addormentati, O-Yuki era seduta al lume di una lanterna di carta, e Minokichi, osservandola, disse: “Vederti seduta lì, con la luce sul tuo viso, mi fa pensare a una strana cosa che mi capitò quando ero un ragazzo di diciotto anni. Vidi una persona bella e bianca come sei tu ora, anzi... era proprio uguale a te”.
O-Yuki, senza sollevare gli occhi dal suo lavoro, rispose: “Parlami di lei... Dov’è che la vedesti?”
Allora Minokichi le narrò della terribile notte nella capanna del traghettatore e della Donna Bianca che si era chinata su di lui, sorridendo e sussurrando, e della morte silenziosa del vecchio Mosaku. E aggiunse: “Sia che stessi dormendo o che fossi sveglio, quella fu l’unica volta in cui vidi una creatura bella come te. Naturalmente non era un essere umano, ed ebbi paura di lei, molta paura, ma era così bianca che... Veramente, non ho mai avuto la certezza se quello che ho visto era un sogno... o la Signora della Neve”.
O-Yuki fece cadere la sua sedia e balzò in piedi, incurvandosi verso il punto dove stava seduto Minokichi e gridandogli in faccia: “Quella ero io... io... io! Quella era Yuki! E ti dissi che ti avrei ucciso se avessi mai fatto una sola parola dell’accaduto!... Ma in nome di quei bambini che là stanno dormendo, non ti ucciderò in questo momento! D’ora in avanti dovrai avere tanta, tantissima cura di loro, perché se mai avranno motivo di lamentarsi di te, allora ti riserverò il trattamento che meriti!...”
Dopo che ebbe urlato ciò, la sua voce divenne sottile, come il pianto del vento, quindi si dissolse in una brillante nebbia bianca che si sollevò verso le travi del tetto e spirò via tremolante attraverso il camino... Non la si rivide mai più.

Yuurei
Gli Yurei derivano dalla credenze Shintoista del reikon, l’anima che tutti gli esseri umani possiedono. Al momento della morte il reikon abbandona il corpo per ricongiungersi alle anime degli antenati, a patto che la morte non sia stata violenta e che i riti funebri siano stati eseguiti nel modo corretto.
In presenza di una morte violenta o cui è mancata la necessaria tranquillità al momento del trapasso, oppure il mancato rispetto dei riti funebri, può fare in modo che il reikon si trasformi in yuurei, uno spirito tormentato che resta nel mondo dei vivi in cerca di vendetta o per completare ciò che non ha potuto in vita. Gli yuurei non hanno libertà di vagare ovunque, ma sono obbligati a restare nelle vicinanze del posto dove hanno trovato la morte, i due caratteri cinesi, yuu (confinato, rinchiuso) e rei (spirito, anima) rafforzano questo concetto.
Inizialmente gli yuurei erano indistinguibili dall’essere umano originario, ma nel 17° secolo con la popolarità dei racconti di fantasmi, i kaidan, iniziarono ad acquisire caratteristiche che li distinguevano. Le caratteristiche degli yuurei derivano dalle tradizioni funebri del periodo Edo, ad esempio la veste bianca, il colore dell’abito con cui le persone venivano sepolte allora (il katabira, kimono bianco oppure il kyokatabira, un katabira con iscrizioni dai sutra buddisti) e il pezzo triangolare di stoffa o carta bianco legato con un nastro alla fronte (hitaikakushi) quale protezione contro gli spiriti maligni. Attorno al diciottesimo secolo gli yuurei vennero progressivamente rappresentati privi di gambe, nelle rappresentazioni del teatro Nou gli attori indossavano un lungo kimono che le copriva. venivano sorretti da una corda che li sollevava dal suolo. 



Zashiki-Warashi
Gli Zashiki-Warashi sono gli spiriti dei bambini morti. Quando le cose si mettono male, a volte l'apparizione di un bimbo luminescente che indossa un kimono corto e porta capelli a caschetto o, in alcune storie, di un folletto vestito di nero con una grossa maschera di porcellana bianca può migliorare di molto le cose. Gli Zashiki-Warashi rispondono soprattutto alle preghiere di una determinata famiglia, alla quale si legano come spiriti protettori. Una volta che uno Zashiki-Warashi abita una casa i suoi abitanti vivono in prosperità e gioia, ma devono prendersi cura di lui come se fosse un bambino piccolo, accettando anche i piccoli guai che combina (in fondo è sempre un bambino...) . Gli Zashiki-Warashi non accettano ricompense per la buona fortuna che portano, anzi, si ffendono molto se quancuno cerca di donar loro qualcosa. Gli Zashiki-Warashi hanno il cuore puro e non desiderano altro che aiutare le persone in difficoltà.  

Zochoten
Zocho è uno dei custodi giapponesi (Shi Tenno) dei quattro punti cardinali. È collegato con il sud. Il suo nome significa “colui che si espande”, in referenza al suo ruolo di accrescere la saggezza e la moderazione. Solleva la gente dalle proprie sofferenze aiutandoli ad aumentare la loro saggezza. Solitamente è rappresentato mentre tiene un’alabarda nella mano destra e la sinistra sull’anca.

divinità giapponesi 19



 Uwibami
Mostruoso serpente gigante della mitologia giapponese che può volare nel cielo, abbattersi in picchiata e inghiottire tutto intero un uomo a cavallo. L’eroe Yegara-no-Heida riuscì a ucciderlo.

Uzume
La dea shintoista giapponese della gioia e della felicità, chiamata Figlia dei Cieli e Schietta Donna del Cielo. Il suo nome significa “turbinio”. È anche dea della buona salute, che la gente ottiene bevendo l’acqua benedetta della sua fonte. Quando la dea del sole Amaterasu si nascose in una grotta e la Terra si coprì di tenebre e divenne sterile, fu proprio Uzume che la fece uscire. Con le sue danze provocanti e ondeggianti fece ridere gli dèi così forte che Amaterasu uscì incuriosita dalla grotta. La sua uscita riportò luce e vita sulla Terra. Suo fratello Ninigi fece sposare Uzume alla divinità posta a guardia del Ponte Fluttuante dei Cieli, Sarudahiko Okami. Le danze di Uzume (Ama-no-uzume) si possono trovare nei riti popolari come quello per evocare i morti, la “Kagura” (danza mimata), e un‘altra che è simile alle movenze che si fanno durante la semina.

Yama-no-kami
La dea giapponese della caccia, dei boschi, dell’agricoltura e della vegetazione.

Yamato
L’anima del Giappone, lo spirito giapponese. È l’autentico nucleo ed essenza della nazione giapponese ancor prima che ne incominci la vera storia.

Yeta
Mendicante giapponese. Talora questo mendicante è Inari travestita. Una donna che vuole avere un bambino deve fare una generosa elemosina ad uno Yeta e così potrà avere il figlio. Un sacerdote o un saggio buddista può vedere quale Yeta è umano e quale lo sembra soltanto.

Yofune-Nushi
Serpente marino della mitologia giapponese. Viveva in una caverna sotto gli scogli della costa dell’Isola di Oki. Ogni anno, la notte del 13 giugno, bisognava offrire al serpente una bella fanciulla. Se ci si fosse rifiutati, il serpente avrebbe provocato tempeste e distrutto la flotta dei pescherecci. Un anno, una ragazza di nome Tokoyo si offrì volontaria come successiva vittima del serpente. Non appena il mostro le si avvicinò, pronto a divorarla, estrasse un coltello e lo colpì agli occhi. Quando il serpente arretrò dolorante e confuso, Tokoyo lo uccise.

Yomi
Nella cosmologia giapponese lo yomi (“terra della notte”) è il regno dei morti.

Yomi-no-kuni
Nella credenza scintoista giapponese è l’oltretomba, dove orribili creature sorvegliano le uscite. Tuttavia non si tratta in un posto uguale agli altri inferni, dove le anime dei defunti vengono tormentate senza speranza di redenzione. Yomi-no-kuni è piuttosto un luogo in cui le anime vengono purificate. Questa particolare visione fu introdotta dopo la discesa di Izanami in quel regno e la purificazione rituale di Izanagi nel fiume dopo il suo ritorno dall’oltretomba.

Yorimasa
Celebre eroe giapponese. Quando fu scoperto un mostro sulla sommità del palazzo dell’imperatore, Yorimasa lo uccise e fu ricompensato con la mano della nobile Ayame. Ricevette inoltre la famosa spada chiamata shinischi-o (“Signora dei Leoni”).

Yosei
Fate giapponesi. Vengono viste assai spesso sotto forma di uccelli, gru o cigni. 

Youkai

La parola youkai è composta da “you”, “che attrae”, “che seduce” e da “kai”, “apparizione”. Appartengono a questa categoria tutti i folletti, spiritelli maligni e mostri delle tradizioni popolari. Fanno la loro apparizione al crepuscolo e a differenza degli yuurei hanno caratteristiche grottesche e bizzarre.

divinità giapponesi 18



Tsuyu
Leggendaria ragazza giapponese che si innamorò di un giovane samurai. Il samurai non poté sposarla subito, e in séguito gli fu riferito che era morta. Tsuyu (“Rugiada”) lo aspettò, ma egli, credendola morta, si dimenticò completamente di lei, tanto che ella alla fine morì di dolore. Il suo spirito fece ritorno e infestò la casa del samurai finché riuscì a congiungersi con lui nel suo letto. Il mattino seguente lo trovarono morto, strettamente abbracciato ad uno scheletro.

Uba
Uba (“vecchia”, “nutrice”) è lo spirito dell’albero di pino in Giappone. Insieme al marito Jo (“amore”) è simbolo dell’amore coniugale e della fedeltà

Ujigami
Gli Ujigami sono spiriti atavici giapponesi nonché protettori delle famiglie (“uji” = “lignaggio di famiglia”). I parenti vivi possono rivolgere le proprie richieste ai loro dèi domestici in caso di malattia.

Ukemochi
Dea giapponese scintoista della fertilità e del cibo. Fu uccisa dal dio della luna Tsuki-yumi, offeso dal fatto che lei avesse vomitato una grande quantità di cibo e glie lo avesse offerto come fastoso banchetto. Dal suo corpo morto emersero vari animali (un cavallo, un bue, un baco da seta ecc.), nonché riso, fagioli e così via. I suoi attributi sono spesso assimilati a quelli di Inari.

Uomo della Montagna
Demone giapponese che vive nei boschi. I taglialegna lo descrivono come un essere molto robusto simile a una scimmia pelosa. Per placarlo gli offrono del riso.

Urashima Taro
L’eroe di un racconto fantastico popolare giapponese, di argomento analogo a quello di Rip van Winkle. Una delle versioni racconta:

Urashima Taro era un giovane pescatore che viveva su un’isola in cui tutti andavano a pesca.
Egli però viveva solo, senza genitori, senza moglie e senza figli per aiutarlo, riuscendo a mantenersi da sé e a risparmiare un po’ di denaro per le offerte al tempio e per le feste.
Camminando lungo la spiaggia un tardo pomeriggio, Taro scoprì alcuni ragazzi che giocavano con una piccola tartaruga. Il gioco consisteva nel colpire con un bastone la tartaruga finché essa riusciva a spezzarlo e ad afferrarlo, dopodiché rivoltavano la tartaruga sul dorso. Il gioco era molto divertente – per i ragazzi – finché non arrivò Urashima Taro. Era abbastanza vecchio per instillare nei ragazzi un senso di colpa, ma non abbastanza per farsi rispettare in tutto e per tutto.

“Che state facendo con quella piccola tartaruga, ragazzi?”.

“È la nostra tartaruga... l’abbiamo catturata”.

“State cercando di allevarla, o che altro?”.

“È nostra. Non sono affari che ti riguardano”.

“Mi sembrate dei commercianti: avete intenzione di venderla?”.

Urashima Taro aveva soltanto alcune monete, ma non ci volle molto per allettare i ragazzi. Dopo un attimo stavano correndo verso il villaggio, mentre Urashima Taro si dirigeva verso l’acqua. Vi immerse la tartaruga dicendole alcune parole gentili, dopo di che tornò a casa per cucinarsi un pesce per la cena.

La mattina seguente, Urashima Taro stava pescando come di consueto, quando udì una voce che lo chiamava per nome. Si era trovato da solo in mare abbastanza spesso per sapere che non è normale sentir chiamare il proprio nome quando non c’è nessuno intorno. Allora disse: “Chi è là?” con voce tranquilla.

La chiamata si ripeté, e questa volta Urashima Taro vide una grande tartaruga marina a una certa distanza dalla sua barca.

“Urashima Taro, sei convocato al Palazzo del Drago. Abbi la compiacenza di salire sul mio dorso”.

“Chi sei tu? Cos’è il Palazzo del Drago?”.

“Il Re Drago è riconoscente perché ieri hai salvato quella piccola tartaruga. Ha mandato me, che sono un suo parente stretto, per invitarti al Palazzo del Drago a ricevere i suoi ringraziamenti”.

“Non ce n’è assolutamente bisogno. Digli che sono stato felice di aiutare una creatura così piccola. Apprezzo anche la tua premura nel venire a cercarmi. Grazie”.

“Per me sarebbe una cosa molto imbarazzante tornare senza di te. Cerca di considerare in che posizione mi trovo”.

Urashima Taro non aveva esperienza in faccende regali, ma era facile vedere le difficoltà che la cosa avrebbe provocato. Così accettò di salire sul dorso della tartaruga, anche se era ancora preoccupato di come avrebbe fatto a respirare una volta che la tartaruga si fosse immersa sotto la superficie.

Questa preoccupazione lo abbandonò ben presto. Non appena aprì gli occhi, fu completamente sopraffatto dalla bellezza del mare. Per tutto il tempo che aveva passato su una barca in superficie, non si era reso conto di come il tonno e lo sgombro e il merluzzo sembravano nuotare liberi. Il fondo era coperto di coralli, anemoni, stelle marine, granchi e tante conchiglie e crostacei che non era in grado di riconoscere. Allora vide che la tartaruga marina lo stava portando verso qualcosa che sembrava un gigantesco cancello di corallo.

La struttura risultò essere proprio un enorme cancello di corallo. Le guardie sembravano essere in attesa della tartaruga e la fecero fluttuare attraverso il cancello. Il palazzo che si trovava al di là di esso era più grande e intricato di qualsiasi cosa Urashima Taro, che aveva sentito parlare solo raramente dell’imperatore del Giappone, potesse comprendere o anche solo immaginare.

All’interno del palazzo, Urashima Taro fu raggiunto da tre ancelle, una delle quali dava l’impressione di assomigliare molto alla tartaruga che lo aveva trasportato. Gli fecero il bagno, lo vestirono, pettinarono i suoi capelli e infine lo guidarono a incontrare una giovane donna i cui capelli neri erano più lunghi e brillanti di quanto lui avesse mai visto.

Le ancelle la presentarono come Otohime, la principessa del Palazzo del Drago, che in quel momento era assente.

“Benvenuto nel Palazzo del Drago, Urashima Taro. Mio padre è molto riconoscente per la tua gentilezza verso i suoi sudditi”.

“La sua bontà nel farmi condurre qui è più grande di quanto potessi mai immaginare”.

“Sono molto lieta che tu sia venuto. Per quel che mi riguarda, voglio dire. Ti ho visto pescare tante volte, Taro, e mi sono chiesta spesso se avrei avuto la possibilità di incontrarti. E ora eccoti qui”.

Otohime sembrava essere del tutto priva di quella riservatezza e alterigia tanto comuni nelle nobildonne. Lo guardò fisso con gli occhi scuri messi in risalto dalla luce, con la pelle levigata del suo viso rotondo. Urashima Taro era completamente impreparato alla sua bellezza e alla sua spontaneità: non sapeva assolutamente cosa dirle. Ma diversamente da molti giovani, ebbe il buon senso di non dire nulla. Le ancelle fecero ritorno con le prime portate di un pasto.

Il cibo naturalmente era delizioso, ma Urashima Taro non sarebbe stato in grado di descrivere o anche solo di dare un nome ai piatti posti davanti a lui in un flusso apparentemente infinito. C’erano sottaceti e verdure d’ogni genere, e una varietà ancora più grande di frutti di mare con tante salse meravigliose che mai avrebbe pensato fosse possibile. Mangiò senza complimenti tutto quello che gli veniva presentato, meravigliandosi che il gambero, il granchio e i ricci di mare avessero in qualche modo proprio l’aspetto del tofu.

Mentre mangiavano, c’era musica e danza, cosa che ridusse in qualche modo la necessità di continuare la conversazione con la principessa. Confrontate con i canti e le danze del villaggio, l’unico termine di paragone disponibile, i canti avevano meno energia, ma erano adatti alla grazia fluente delle danze. Alla fine, Urashima Taro non riuscì più a mangiare altro. Le ancelle lo guidarono a un altro bagno caldo, poi a un letto caldo e confortevole.

Urashima Taro si destò la mattina seguente prima dell’alba, chiedendosi per un breve attimo se la sera fosse stata un sogno, ma presto si rese conto che il sogno era ancora con lui. Si presentò un’ancella con una lampada. Gli fece il bagno, lo avvolse in una veste più semplice e confortevole di quella che aveva indossato la sera prima, poi lo fece mangiare e si sedette con lui nel giardino aspettando la principessa.

La scena nel giardino era quanto di più insolito. In un ciclo senza fine gli alberi fiorivano, poi mettevano fuori le foglie, che diventavano rosse e cadevano per lasciare il posto al successivo ciclo di fioritura.

“Che prodigio è mai questo?” chiese infine alla paziente ancella.

“Il tempo vola, Urashima Taro. Devi godere il nostro palazzo”.

Le sue parole erano un altro motivo di meraviglia, e allora le fece domande sulla pesca. Lei conosceva molto bene gli scogli vicino alla sua isola e le acque aperte, e parlava allegramente con lui dei periodi migliori, dei posti, delle esche e delle tecniche. Poi annunciò sempre più eccitata che si stava avvicinando Otohime.

“Taro,” disse la principessa del drago “non inchinarti. Come hai dormito?”. Aveva appena visto il giardino, naturalmente, ma per quanto bello fosse, aveva occhi soltanto per Urashima Taro.

“Molto bene, quando ho dormito,” rispose immediatamente ricordando uno strano sogno. “Il letto non era certo come la stuoia che ho a casa”

“Ti hanno dato da mangiare?”.

“Il cibo era fantastico. Tutto qui è fantastico. Ma non è come il cibo che mangio a casa”.

“Fa’ che questa sia la tua casa, Taro. Questo palazzo è ancor più meraviglioso se tu sei qui. Cosa ti piacerebbe fare oggi?”.

Mentre Urashima Taro si chiedeva che cosa fare, che cosa dire, Otohime lo guardava contenta. Infine l’ancella estrasse un flauto dalla manica e suonò alcune melodie che erano popolari fra i pescatori dell’isola di Urashima Taro. Otohime fu incantata da quel suono, e lo stesso Urashima Taro ne fu così toccato che ben presto non si accorse più dei cicli di mutamento nel giardino. Aveva conquistato la sua mente.

“Principessa, apprezzo infinitamente la bontà di tuo padre nel permettermi di visitare questo palazzo. Tutto è più meraviglioso di quanto potrei sognare di sognarne. La tua gentilezza verso di me è stata troppo grande perché io possa ricambiarla, o anche solo per ringraziarti in modo adeguato. Non posso assolutamente approfittare ancora di te. Devo far ritorno alla mia casa”.

“Ti prego, Taro, dimentica quel tuo mucchio di scogli. Lui ti ha dimenticato. Fai di questo palazzo la tua casa”.

“Principessa, sai bene che non sono uno di voi, e non potrei diventarlo, sia che mi fermassi per un mese sia che rimanessi per un anno”.

“Non lasciarmi. Non ti rifiuterò nulla, e non c’è nulla che il Palazzo del Drago non ti possa offrire. Chiedimi tutto quello che vuoi, Taro”.

Egli non osò alzare lo sguardo. “Voglio tornare a casa”.

Lei gli mise le mani sotto le braccia e lo fece alzare dai suoi piedi, a cui era inginocchiato, poi dopo un istante mandò l’ancella a fare i preparativi per il suo ritorno. Camminarono in silenzio verso il grande cancello di corallo, e non appena Urashima Taro fu salito sulla tartaruga, la principessa gli porse un lucido cofanetto incastonato di pietre preziose, strettamente legato con una corda rossa.

“Non dimenticarti di me, Taro. Conserva questa scatola presso di te e non aprirla mai. Questo ti farà sempre ricordare di me. Non dimenticare!”.

Urashima Taro si inchinò e la ringraziò più volte. La tartaruga si avviò, ma si mosse più lentamente di quanto lui avrebbe voluto, finché il palazzo non sparì alla vista. Poi però la sua vista si annebbiò e ben presto si ritrovò sulla spiaggia della sua isola natale.

Pensò che fosse la sua isola... riconobbe le rocce che davano sul mare aperto, la curva della spiaggia e il tempio di Ebisu non molto lontano. Ma gli altri edifici non erano quelli che conosceva e molti erano completamente diversi da qualunque cosa avesse mai visto, non splendidi come il Palazzo del Drago, ma comunque in certo qual modo strani. La sua capanna si trovava vicino al tempio, ma non c’era più.

Dopo un certo periodo di confusione, decise di chiedere a una vecchia che stava lentamente discendendo il sentiero nella sua direzione.

“Buongiorno, posso farvi una domanda? Stavo cercando la casa di Urashima Taro”.

“Buongiorno. Che bel vestito. Urashima Taro? Quando ho sentito l’ultima volta il nome di Urashima Taro? Mia nonna mi ha detto che sua nonna le disse di aver sentito la storia di Urashima Taro, che visse proprio su quest’isola... quando?... circa trecento anni fa. Un bel giovane, che però scomparve prima di potersi sposare. Incredibile! Mi sembra di non averti mai visto prima... dove abiti? A mia nipote piacerebbe incontrare un bel giovane, ma non ne capitano spesso su quest’isola”.

Non aveva ancora finito di rispondere, che Urashima Taro la ringraziò e tornò alla spiaggia. Trecento anni! Aveva abbandonato la sua casa per il Palazzo del Drago, e aveva abbandonato il Palazzo del Drago per... che cosa? Si sedette sulla sabbia e pensò alla sua casa, ma si rese conto che neppure la più veloce delle tartarughe avrebbe potuto riportarvelo ormai. Tirò fuori il suo lucido cofanetto nero e ricordò la gentilezza di Otohime, che gli avrebbe dato qualunque cosa le avesse chiesto. Nel palazzo non c’era quello che desiderava, ma quell'isola, a sua volta, non aveva più niente per lui; forse la scatola conteneva qualcosa che avrebbe potuto aiutarlo.

Con difficoltà sciolse la corda rossa e alzò il coperchio. All’interno non c’era altro che una nebbia bianca, che si sollevò lentamente nell’aria. La inspirò e sentì l’odore della stuoia nella sua capanna, il vento salmastro delle tempeste a cui era scampato, i pesci che aveva pulito, il vino che aveva offerto a Ebisu... la scatola conteneva i trecento anni che Urashima Taro aveva perso, e quando li ebbe inspirati, diventò un uomo molto molto vecchio.